Il Museo di Fotografia Contemporanea presenta, insieme ad AFIP International – Associazione Fotografi Professionisti, un approfondimento sull’opera “The Ballad of Sexual Dependency” di Nan Goldin, inaugurata presso la Triennale di Milano lo scorso settembre. L’incontro intende trattare la relazione tra il lavoro di Nan Goldin e la fotografia di moda, alla luce di un’estetica che a partire dagli anni Novanta si afferma attraverso i magazine, il cinema, la musica. Protagonisti della serata saranno la giornalista Gisella Borioli, la filosofa e curatrice del settore moda della Triennale Eleonora Fiorani, il fotografo e Presidente Afip International Giovanni Gastel, il curatore François Hébel e la docente di fotografia e cultura visuale Federica Muzzarelli.

“The Ballad of Sexual Dependency”, in mostra alla Triennale di Milano fino al 26 novembre 2017, è il lavoro più celebre e fortunato dell’artista statunitense, un work in progress avviato negli anni Settanta e continuamente ampliato e aggiornato, che viene oggi riconosciuto tra i capolavori della storia della fotografia. Lo sguardo di Nan Goldin risulta – come afferma lo storico della fotografia Claudio Marra – consapevolmente slegato da qualsiasi perfezione formale e anzi consapevolmente orientato verso l’imperfezione o, meglio, verso una scorrettezza di linguaggio capace di riflettere i difetti e la variabilità del reale. L’artista fotografa se stessa e le travagliate vicende dei suoi compagni, a Boston e a New York, tra gli anni ’70 e ’80, e realizza quindi uno slide-show nel quale alle immagini si accompagna una colonna sonora che spazia dal punk all’opera. La sua è una fotografia che nella totale coincidenza del percorso artistico con le vicende di una biografia sofferta ha indubbiamente creato un genere che ha influenzato generazioni di fotografi e che, direttamente e indirettamente, ha contaminato anche la visione della moda. E la stessa Nan Goldin fin dall’inizio della sua esperienza da fotografa dichiara di essere affascinata dal mondo della moda. Attratta dall’intensità disturbante delle immagini di Helmut Newton e di Guy Bourdin, confessa agli amici, già nei primi anni Ottanta, che le piacerebbe misurarsi con questo mondo per lei inusuale.

Quando si esaurisce l’estetica degli anni Ottanta – in tensione tra edonismo, immagine vitaminizzata delle top model e spettro dell’AIDS e delle lotte di genere – il suo diario intimo si rivela in grado di riflettere una più sofferta sensibilità degli anni Novanta. La cover story James is a Girl del New York Times Magazine, del febbraio 1996, in cui Nan Goldin fotografa la modella sedicenne James King, costituisce un momento fondamentale nell’affermazione di quell’estetica definita poi Heroin Chic, che attraverserà la moda, la musica e il cinema e modificherà prepotentemente l’immaginario di quegli anni. Le immagini di Nan Goldin compaiono quindi nelle collezioni dei musei e nei festival, ma anche sulle copertine dei magazine più importanti e in campagne realizzate per i grandi marchi di abbigliamento, profumi e accessori.