Autore: Davide Romano

Presentazione: La silloge poetica proposta ruota attorno alla tematica della memoria, intesa non tanto nei termini

di un amaro e rassegnato esilio nel tempo passato, quanto invece come una realtà proiettata nel presente per ritrovare le proprie radici, la propria indole, per far urlare la coscienza, troppo spesso schiavizzata dalla quotidianità di tutti i giorni.

La poesia diventa l’inversione a U verso la strada maestra, l’infanzia, unico e vero carburante di una macchina del tempo poetica  costruita per recuperare il senso del sogno, la spinta animica in ognuno di noi che la vita di tutti i giorni tende a sottrarci.

Dalla Prefazione:

l ricordo è un modo di incontrarsi diceva Kalil Gibran e dentro i versi di Davide Romano ho fatto molti incontri, leggendo parole che pure conosci a memoria ma scoccate con l’arco della poesia da un punto inaccessibile del Parnaso. Vibrano e volano leggere come note musicali le parole di Davide Romano, tessendo una tela così solida ed emozionante che neanche cento partenze e ritorni di Ulisse potrebbero logorare o disfare.”

Recensione tratta dalla gazzetta iblea del 20/08/2012

Un urlo di denuncia che si innesta sulla maturata consapevolezza dell’autore che guarda con occhio critico allo scorrere del tempo e, nel ricordo dell’infanzia, riesce a recuperare una dimensione quasi idiallica, in cui dietro ogni volto si cela un’anima con il suo spessore e le sue verità.

L’infanzia diviene così quella dimensione che riequilibra il presente che rammenta la propria identità e indirizza nelle azioni quotidiane.

La ricca dimensione evocativa dell’infanzia si scontra contro la tetra quotidianità della vita da ingegnere, in cui tutti i giorni, l’autore si confronta con un stile di vita forgiato dalla cosidetta deformazione professionale di una categoria che ironicamente descrive come aliena