Autore: Mario Bonanno

Presentazione: Prima dell’ascesa dei cantautori i testi della canzone italiana non stavano né in cielo né in 

terra, occupati com’erano a edulcorare la realtà delle cose. A dolcificare le relazioni tra
uomini, donne & mamme (una categoria protetta), a spargere deamicisianesimo e rime
lacrimevoli come se piovesse, a millantare amori di patria e amori filial-coniugali, pedagogismo socio-sentimentale e fariseismo di facciata.

La brusca virata si rintraccia nel disincantato “Mi sono innamorato di te/ perché non avevo niente da fare” di Luigi Tenco (1962). Da lì in avanti cambiano la musica e i suonatori. Con l’acme dei contenuti socio-politici, sopraggiunto nel decennio aureo ‘73-‘83, quando i
cantautori fanno, dicono, cantano sul serio cose serie. Se non pietre vere e proprie, le
parole delle canzoni diventano cronaca & poesia dalla scena degli eventi, ancorate con le unghie e coi denti al qui e ora della realtà. Per la gioventù movimentista degli anni
Settanta l’ingresso libero al Mondo Nuovo è a un passo dal concretizzarsi, e le prove
tecniche di rivoluzione transitano anche dalle parole della nuova musica che gira attorno.

Gli asettici/vuoti anni Ottanta e i contingenti Novanta riequilibreranno stato e senso delle cose, attestandoli su livelli di consuetudine e banalità. Con buona pace dei nostalgici del “messaggio”, per il tripudio ebete dei sempiterni spensierati benpensanti. La musica è finita è allora una specie di rewind. Un nastro che si srotola a ritroso nel tempo e nello spazio, nel senso che fa il punto su trent’anni di storie, tracce, temi, incroci
personali con la canzone d’autore italiana. Ho provato a raccontare in questo modo un po’ del nostro tempo migliore. Il tempo in cui le parole dentro ai dischi contavano, suonavano, cantavano a dovere. Ed erano fosforo e sale della terra. Teoria e prassi della canzone d’autore che c’era una volta e che oggi non c’è più.