Autore: Cinzia Marzo

Presentazione: Annita, una ragazza siciliana che lavora per una multinazionale taiwanese, è costretta a trasferirsi ad Osaka. Una mattina si imbatte in Yasunobu, un coreano che trascorre le giornate a disegnare su una panchina. Dal loro incontro nascerà una stravagante amicizia che li legherà intimamente, fino all’improvvisa scomparsa del ragazzo. Un’avventura senza tempo. Un viaggio immaginario per le vie di un Giappone onirico…e non solo. La scoperta del mondo dell’anima attraverso l’anima del mondo.

Recensione: “Traveling on a bench “ Viaggiare su una panchina. E’ il titolo del libro che Annita compera alla stazione di Osaka, prima di salire sul treno che la porterà in viaggio attraverso il Giappone. Il titolo è insieme una promessa ed un presagio. Annita è siciliana, e in Giappone ci vive per lavoro. Un mattino incontra nel parco Yasunobu, un ragazzo coreano. Lui è cordiale, senza occupazione, e trascorre l’intero giorno proprio su quella panchina del parco di Osaka. Scrive dappertutto, su misteriosi quaderni, ma anche sulla panchina stessa, che ricopre di graffiti. Annita ne è affascinata, e l’appuntamento quotidiano con Yasunobu diventa il cardine della sua vita, altrimenti tutta casa e lavoro. Parlano, parlano molto, e lui racconta e divaga lieve e inarrestabile, le parole che fluiscono e si mescolano, come le scritte e i disegni dei suoi quaderni complicati, densi di segni, di appunti caotici. Poi, un giorno, Yasunobu non compare. L’assenza si prolunga, angosciosa, e diventa definitiva. La sparizione del nuovo e solo amico riempie Annita di inquietudine, la spinge a partire, in un viaggio diviso tra il vagabondaggio casuale, la ricerca ostinata, il pellegrinaggio. In treno legge, assorta, isolata e straniera tra giapponesi gentili che la osservano discreti, forse incuriositi. Il volumetto acquistato alla stazione, “ Traveling on a bench “ è un libro di racconti. I protagonisti sono sfacciatamente letterari, romantici, eccessivi e teneri. Annita legge, disperatamente, accanitamente, e intanto pernotta in ostelli tristi e case giapponesi, scende in piccole stazioni dimenticate, attraversa villaggi remoti e città dai giardini perfetti e silenti. Conosce persone riservate e colme di ombre, come la famiglia Saitou nella città tragica di Hiroschima. Ma incontra anche la nera Franncine, esuberante, travolgente ospite di un ostello. Incontra finalmente dopo lungo girovagare il patrigno di Yasunobu. Soprattutto, incontra i personaggi del libro. L’africano Maanda finito in America, Marjo che disegna come respira, per essere vivo. E Persefone, ragazza siciliana che vive in un paese di mare e raccoglie cartoline di luoghi lontani, portate dai marinai, e ricordi. Persefone è folle o considerata tale dai compaesani. Persefone fugge con la mente da una realtà triste e brutale. Fugge a tal punto da scegliere di andarsene anche con il corpo, lungo la sola Via senza ritorno. I libri raccontano sogni. Il viaggio è conoscenza, ma anche fantasia e fuga dalla realtà. Quella realtà che spesso irrompe nei sogni, li contamina inesorabilmente. Annita scopre costernata che i racconti del libro sono legati alla sua vita. Persefone è sua madre, è lei stessa, forse. Romanzo complesso, questo “ La panchina di Osaka “. Fascinoso e disturbante, che prende per mano il lettore e lo conduce dapprima lontanissimo, in luoghi esotici e remoti, per poi riportarlo verso casa, con un percorso circolare, inesorabile. Romanzo per lettori attenti ed accorti, disposti a rischiare, a credere. Storia non banale, che si distacca dagli stereotipi, e narra le mille tortuose strade della mente, che, se percorse con animo puro, senza presunzione, portano alla scoperta più esaltante, e più amara, quella di noi stessi, e conducono nel luogo più misterioso, e più pericoloso che sia possibile concepire. Il nostro Io.