Autore: Alessandro Russo

Presentazione: È un libro di silenzi, di storie di silenzi che sono più eloquenti delle parole, questa raccolta di poesie di Alessandro Russo, intrisa di umori più che proustiani (potrebbe farlo pensare il titolo, Un tempo perduto), soprattutto pascoliani.

Un mondo che «ritorna come un fuoco mai spento», attraverso parole che «di un fanciullo / ne hanno fatto un uomo»: si può volere di più da una poesia se non che sappia dire quello che vuole dire, ossia la fedeltà a un nodo essenziale, al cuore del proprio essere adulti in presenza delle figure fondanti del proprio sistema morale? (Vincenzo Guarracino)

 

La poetica di Russo, affondata nella terra e nutrita di Pavese (PIERANGELA ROSSI)

Recensione – su quotidiano Avvenire 23/03/2014

Nella personale recherche di Alessandro Russo, la poetica si coagula intorno al tema della terra, della civiltà contadina perduta e struggente come un amore, delle figure, antenati, di riferimento, con echi pascoliani. Racconta il poeta che il nonno stava seduto in silenzio accanto al camino e lo osservava: «Ed io amavo quel silenzio perché credevo che il nonno mi stesse insegnando ad ascoltare». Leggeva all’ombra di un olivo, guardava le colline soleggiate, udiva le voci dei contadini da una fattoria all’altra. Se pioveva, il tavolo di lettura finiva sotto la finestra, e il giovane Alessandro, il fanciullino Alessandro, «respirava forte l’odore della terra, quel sentore che sprigiona alla fine, come se si aprisse per offrirmi la sua parte migliore.» E così, «Era allora che nascevano queste poesie. L’ho capito solo invecchiando». Con un fiducioso e candido esergo, («Solo la poesia può salvare l’uomo»: Ungaretti), Russo si colloca nella scia proustiana del rammemorare «il tempo perduto», della nostalgia, sentimento universale. Il libro ha la prefazione di Vincenzo Guarracino: «Si può volere di più da una poesia se non che sappia dire quello che vuole dire, ossia la fedeltà a un nodo essenziale, al cuore del proprio essere adulti?». In un «circuito perenne di morte e rinascita»; in un «sistema armonico»; queste poesie, dice Guarracino, sono illuminazioni, idilli «in versi netti e rigorosi, racchiusi nel respiro breve di un’immagine, di un pensiero». «C’è una casa e c’è una terra/ che mi hanno fatto l’uomo che sono»; annota Russo. Se un uomo coltiva il campo, il bambino non sa che è lavoro ma lo guarda «come un uomo diverso/ che sapesse cosa fosse il riposo». La poetica è presto detta, nel procedere delle illuminazioni, a volte chiare, a volte indistinte: «…mi consuma quell’attimo / prima della parola»: spera che in chi legge possa «restare qualcosa, anche un gusto agrodolce»: E poi che possa «farsi delle domande.// Fermarsi a riflettere un attimo// E capire che non sempre si è detto tutto». Su questo non detto, su questi silenzi, si costruisce la poetica di Russo. Nella postfazione l’editore Giuliano Ladolfi nota che la terra è ritratta spesso con metafore corporali, e che il modello è il Pavese di Lavorare stanca, con «la percezione heideggeriana dell’”essere” e dell’”esserci”», in una constatazione del limite umano che invoca l’Assoluto. Alessandro Russo ha 37 anni, è comasco e – dice – ancora non ha imparato il mestiere di vivere.