Prosegue la stagione del Teatro Ringhiera con “La Maria Stórta. Primo di tre sacrosanti lamenti” della Compagnia Alberto Salvi, in scena dal 13 al 15 novembre (ore 20.45), con Matilde Facheris e con Barbara Bedrina, Cristina Castigliola, Sveva Raimondi, alla fisarmonica Gino Zambelli, regia Alberto Salvi.

Maria Benaglia detta la pelegrina nasce in Val Brembana. All’età di diciotto anni entra in convento, ma ne esce quasi subito. Orfana, si rifugia da parenti. Di lì a poco si ammala gravemente, il suo piede va in cancrena. Un mesto presagio di morte si affaccia sulla vita di Maria. Ma una speranza c’è: la grazia della Madonna delle Nevi. Se il piede guarirà, sarà solo penitenza e devozione. E il piede, miracolosamente, guarisce. Maria Benaglia mantiene la promessa. Percorre strade a piedi scalzi, con un rosario in mano, entra nelle case e chiede a chi vi abita conversione e un poco di cibo per sfamarsi. Chi esaudisce la sua richiesta, sarà benedetto; chi si rifiuta verrà maledetto. Presto la sua figura acquisisce sfumature strane. C’è chi la considera una santa donna, devota alla Madonna, capace di portare luce e serenità nelle case che visita. C’è chi invece la teme, accusandola di essere una strega, capace di orribili nefandezze e causare dolori e malattie.

Figura popolare carica di contraddizioni e ambiguità, la pelegrina rimane, ancor oggi, nella memoria orale, personaggio a cavallo del labile crinale che separa il sacro dal profano, senza per questo perdere fascino, personalità e grazia.

“La Maria Stórta” è un monologo costruito interamente sul ritmo e sulla musicalità della parola. E’ scritto di getto, violentemente, di pancia. E’ flusso di coscienza, immagini, colori e profumi, è vita che s’inerpica, cresce, si insinua, sboccia e mai muore. La Pelegrina vive ogni istante al presente, un “qui e ora” che è uno schiaffo emotivo, una ferita che sanguina, ma che permette a chiunque di entrare istantaneamente in empatia viscerale con lei.

Maria Benaglia, con il suo integralismo, con le sue scelte così radicali e definite, con la sua esistenza vissuta senza maschere e imbrogli, incarna l’umano essere in tutta la sua pienezza. O, perlomeno, quell’umano essere carico di bene e di male, di vittima e carnefice, di oscuro e luminoso: con tutto il disastro che comporta questa convivenza. 

LA MARIA STÓRTA
primo di tre sacrosanti lamenti
di Alberto Salvi
con Matilde Facheris e con Barbara Bedrina, Cristina Castigliola, Sveva Raimondi
alla fisarmonica Gino Zambelli
regia Alberto Salvi
da un’idea di Eraldo Maffioletti
editing Matilde Facheris
arrangiamenti, armonie, musica dal vivo Gino Zambelli
luci Dalibor Kuzmanic suoni Dario Filippi photo Federico Buscarino video Lab 80
una produzione con il sostegno di Fondazione Cariplo – Progetto Être
grazie a Davide Pansera, Valeria Mulliri